giovedì 10 novembre 2011

COME UN UCCELLO IN VOLO - Fariba Vafi - 2010


La protagonista, e voce narrante del romanzo, è una giovane donna, madre e casalinga riluttante, alla ricerca della propria identità in un Iran contemporaneo. Le giornate passano mentre la donna si dibatte tra le difficoltà quotidiane del vivere e l'indifferenza del marito. Si sente come "un uccello chiuso in gabbia", mentre cerca dentro di sè il modo per uscire da tutto questo.
Fossilizzata in una condizione d'inerzia alla quale sembra averla condannata il suo passato familiare, prende coscienza di se stessa nel confronto con un marito inquieto, la cui unica risposta alle difficoltà del vivere imposte da un Iran mai citato direttamente, eppur vivido nella sua minuta quotidianità, si cristalizza nel sogno ossessivo dell'emigrazione in Canada.
La morte solitaria del padre nella cantina di famiglia nell'assoluta indifferenza della madre, la sorella cosmopolita senza figli che ha lasciato il paese senza voltarsi indietro, e infine la partenza del marito che la lascia sola ad affrontare enormi difficoltà economiche, scandiscono le sue giornate di rabbia obbligandola ad una nuova presa di consapevolezza.
Al momento del ritorno del marito, non rimane che esplorare quello spazio di libertà interiore a lei sola riservato, scoprendo nelle parole un rifugio migliore dei silenzi nati dalla paura, dalla violenza e dalla sfiducia.


Ecco può sembrare una trama fin troppo semplice, lineare e quasi banale, ma non è per niente così. C'è qualcosa di sorprendente in questo romanzo. Sarà perchè lascia trasparire un'immagine inedita dell'Iran di oggi. In effetti sappiamo così poco della scena letteraria dell'Iran contemporaneo. Oggi Fariba Vafi è una delle scrittrici più note ed apprezzate in Iran; ha pubblicato una raccolta di racconti e quattro romanzi divenuti dei best sellers. Il primo, "Come un uccello in volo", ha avuto un successo fulminante quando è stato pubblicato, nel 2002, e ha ricevuto i premi letterari più prestigiosi del paese.
Lo stile denso e asciutto, misto a una sottile ironia, riflette la reticenza della narratrice, la cui auto-rivelazione avviene grazie alla riscoperta del passato, rimasto intoccato da anni di silenzio e sensi di colpa.
E' un romanzo diverso e straordinario, lontano dai clichès sull'universo femminile mediorentale a cui siamo abituati. L'iran di oggi rivelato in una particolareggiata quotidianità sconosciuta al lettore occidentale.

giovedì 20 ottobre 2011

MALASTAGIONE - Loriano Macchiavelli, Francesco Guccini - 2011


In un bosco di castagni di un paese dell'Appennino tosco-emiliano, Adùmas, un vecchio montanaro, attende la sua preda, come ogni giorno. Ma quel giorno non sarà come tutti gli altri, vedrà una bestia diversa: è un cinghiale che tiene tra le fauci un piede umano!
Il vecchio andrà a raccontare subito in paese quanto ha visto, ma nessuno gli crederà; Adùmas del resto era solito bere sempre un bicchiere di troppo!
Gli crederà invece Marco Gherardini, detto Poiana, giovane ispettore della Forestale, che inizierà da subito le ricerche del cadavere senza un piede.
In paese però nessuno sembra scomparso, tutti rispondono all'appello di Poiana. Il mistero si va pian piano infittendo.
La ricerca del corpo metterà l'ispettore di fronte a una rete intricata di relazioni e affari tra i notabili del luogo: un impresario edile, un ex sindaco che ora possiede un'agenzia immobiliare e un maresciallo dei carabinieri che non brilla certo per intelligenza. Questi si riveleranno i principali sospetti. Così come sospetto è l'incendio che divampa qualche giorno dopo l'avvistamento di Adùmas: un disastro che sembra provocato ad arte per cancellare qualcosa...Ma qualcosa non viene del tutto cancellato; si rivelerà un cadavere bruciato, ma con entrambi i piedi!
All'improvviso sembra che tutti abbiano qualcosa da nascondere: i due fratelli tunisini Haled e Samir, impiegati da Badilone, l'impresario edile, Salvatore e la sua squadra di operai del sud, il medico del paese, un'elfa che vive solitaria con la figlia in alta montagna. Un'umanità varia che si ritrova ogni giorno a mangiare e bere nella trattoria di Benito.
Poiana, con l'aiuto di Francesca, una studentessa di Bologna in fuga dalla città, riuscirà, dopo molte sorprese, a fare chiarezza sull'accaduto e porterà alla luce non poche gelosie e persino uno strano piano regolatore.


Qualcuno diceva che ci sono libri che hanno un profumo tutto loro. Questo è uno di quelli. E' un libro che profuma di bosco dall'inizio alla fine.
E' una storia intricata, ma senza colpi di scena. E' una storia di massacri umani e ambientali. E' un canto alla montagna del nostro appennino.
Trovo bellissimo il particolare dell'origine del nome di Adùmas; suo padre, appassionato dei Tre Moschettieri, lo chiamò come l'autore, un certo A.Dùmas, un punto in più o in meno non fanno molta differenza.
Trovo bellissima e molto adatta anche la scelta della copertina.
Fa piacere, una volta tanto, leggere dei "gialli" italiani e ben scritti. Il fascino della nostra lingua è ineguagliabile e i vocaboli "regionali" uitlizzati in questo caso non mancano di renderla più affascinante.
Chi ha già letto altri libri della coppia Macchiavelli-Guccini dice di essere rimasto un po' deluso da quest'ultima uscita. Io non ne ho letto altri è vero, ma "Malastagione" mi è piaciuto molto; è piacevole da leggere, molto scorrevole e con un finale per niente scontato.
Unica pecca: edito da Mondadori. :)

sabato 23 luglio 2011

ACCABADORA - Michela Murgia - 2010


Nei primi anni '50 del XX secolo a Soreni, un piccolo paesino della Sardegna, dove tutti sanno tutto di tutti facendo finta di non sapere, la piccola Maria Listru, ultima e indesiderata di quattro sorelle orfane, viene adottata da Bonaria Urrai, una vedova benestante. La donna ha preso la bambina con sè, la farà diventare adulta e sua erede. In cambio chiede solo una cosa, che la bambina si prenda cura di lei, quando ne avrà bisogno. Maria è stata da sempre abituata a pensarsi come l'"ultima" in tutti i sensi e per questo non finiscono più di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della nuova madre, che le ha offerto dimora, istruzione e futuro.
Eppure c'è qualcosa di misterioso in questa anziana signora, nei suoi silenzi, nello sguardo timoroso di chi la incontra e nelle improvvise uscite notturne che Maria non riesce a comprendere. Tzia Bonaria infatti nasconde un segreto alla bambina; è colei che dona l'ultimo respiro a chi, in fin di vita, non chiede che di morire. Il suo è il gesto amorevole e finale dell'accabadora, l'ultima madre.
Quando Maria, in seguito alle confidenze dell'amico Andrìa, che una notte aveva sorpreso l'accabadora porre fine alle sofferenze del fratello, scopre l'altra faccia di Tzia Bonaria, sconcertata, decide, dopo un duro confronto, di lasciare il paese per la grande e lontana Torino.
Quando, due anni più tardi, Maria riceve una lettera dalla sorella che le comunica le gravi condizioni di salute di Tzia Bonaria, decide di fare rientro a Soreni e di accudire la donna.
I giorni passano e la vecchia Urrai continua a sopravvivere tra dolori lancinanti sempre più insopportabili. Maria dovrà allora riconsiderare le sue frettolose considerazioni riguardo all'eutanasia. La lezione che Tzia Bonaria aveva impartito alla piccola : "Non dire mai: di quest'acqua io non ne bevo" si era rivelata quanto mai vera e anticipatrice dei futuri eventi.
Ma l'ultimo, naturale, respiro della vecchia Urrai, la salverà da questo estremo gesto, che era ormai pronta a compiere.


Un grazie a papà per avermi regalato questo libro!
Un capolavoro!
Ho letto questo romanzo ormai da più di un anno e non ho dimenticato nemmeno una parola di quelle pagine. E' un libro che ti rimane dentro; anche se lungo "solo" 127 pagine non sembra mancare di nulla. E' un romanzo lineare, finisce così come è incominciato, sembra quasi infantile nella sua incredibile maturità. Eppure tocca temi importanti e "pesanti" quali l'adozione e l'eutanasia.
L'accabadora è una figura chiave della tradizione sarda; è la donna che accompagna gli ultimi istanti dei moribondi, dando loro il colpo finale ed evitandogli una lunga sofferenza. Una vera e propria eutanasia ante litteram. Nella Sardegna degli anni '50 questa era una pratica comune, affidata ad una persona che svolgeva l'incarico come se fosse un mestiere.
Interessante è anche conoscere l'usanza dei "fill'e anima", quei bambini adottati senza alcuna forma di regolamentzione giuridica, e che di fatto venivano allevati dai genitori adottivi, ma senza perdere i contatti con i genitori naturali.
E' un libro sul "confine". Il confine tra vita e morte. Il confine tra le cose che si fanno o non si fanno.
Meritatissimo Premio Campiello 2010.