lunedì 18 febbraio 2013

LA RAGAZZA CON L'ORECCHINO DI PERLA - Tracy Chevalier - 1999

In una Delft del XVII secolo vive la giovane Griet, figlia di uno dei più rinomati decoratori di piastrelle della città, privato degli occhi e del lavoro a causa di un incidente. La famiglia di Griet non è una famiglia ricca e anche per questo la ragazza viene mandata giovanissima a lavorare come domestica in casa del pittore Johaness Vermeer e della moglie Catharina, ricchi abitanti del Quartiere dei Papisti, realtà tanto vicina quanto lontana dalla sedicenne Griet e dal suo mondo.
Il compito della ragazza sarà quello di accudire i numerosi figli della coppia e di occuparsi delle pulizie nell’atelier del pittore.
La ragazza passerà in quella casa la maggior parte dei suoi giorni, potendo tornare dai genitori solo la domenica.
L’accoglienza da parte della famiglia non è certamente delle migliori; i cinque figli sembrano non gradire affatto la sua presenza e non tarderanno a renderle la vita difficile in ogni occasione; Catharina, moglie del pittore, nuovamente incinta, sempre sgarbata e diffidente, è fin da subito gelosa della giovane Griet; Tanneke, domestica di famiglia, le affida fin da subito i compiti più duri, non sopportando l’idea che quella giovane ragazza possa entrare nell’atelier del pittore, luogo da sempre proibito a tutti loro.
Ma sono proprio le ore passate in solitudine nell’atelier a rendere le giornate di Griet meno pesanti. E’ un luogo affascinante, dove niente può essere spostato di un centimetro, ma ogni piccola cosa assume un grande significato.
Gli incontri con il pittore, dapprima rari, cominciano a diventare un abitudine per Griet. Vermeer sembra essere molto soddisfatto del lavoro della ragazza, che riesce a pulire perfettamente rimettendo poi ogni cosa nello stesso identico punto.
Griet è molto colpita dal fascino dell’uomo, il quale fa di lei la propria assistente, ad insaputa della moglie.
La giovane da quel momento non cesserà per un solo istante di ubbidire all’amore per l’arte e alla passione scatenatele da Vermeer, che a sua volta arriverà a provare un sentimento per la ragazza, reazione che la sorprenderà ma che le donerà anche un profondo appagamento.
Ma tutto sta per crollare. Catharina scopre ben presto che il soggetto del nuovo dipinto del marito è proprio la giovane Griet che indossa una splendida perla, appartenente alla moglie del pittore. Griet fugge così dalla casa e dalle sue passioni e accetta la proposta di matrimonio di Pieter, figlio di un macellaio al mercato della carne.
Il romanzo termina descrivendoci Griet dieci anni dopo, non più una ragazzina “a servizio”, ma una donna impegnata nella macelleria di famiglia, sposata e con due figli.
Un giorno si presentano al mercato Tanneke e Maertge, la primogenita dell’artista, e le raccontano tutto quello che è accaduto dopo la sua fuga. Griet viene a conoscenza che la famiglia Vermeer è ormai caduta in rovina e che il padrone è improvvisamente morto. Infine, le annunciano che il pittore, prima di morire, aveva espresso le sue ultime volontà, includendola nel testamento, nel quale veniva sottolineato che gli orecchini di perla, che ella aveva indossato per il quadro, dovevano esserle consegnati.
Senza pensarci, Griet accetta e decide di portarli da un rigattiere per venti golden. Soddisfatta del suo operato, ne rende quindici a suo marito come saldo del debito che la famiglia Vermeer aveva nei suoi confronti e ne conserva altri cinque in un posto segreto, in memoria di quell’esperienza che le aveva per sempre cambiato la vita.


Non c’è niente di peggio che leggere un libro e provare una semplice e costante antipatia per il protagonista, che porta a non apprezzare totalmente l’opera.
Ecco, mi è successo proprio con questo romanzo.
É vero, la storia scivola bene, le descrizioni sono ottime, la scrittura è da professionista, ma Griet mi suscita una sensazione di fastidio per tutta la vicenda.
Apprezzo le persone timide, povere e umili, ma quando queste caratteristiche servono per nascondere ossessioni e tormenti la cosa non mi va giù. Preferisco la semplicità e la chiarezza.
A parte questo il libro è sicuramente scritto molto bene.La vicenda, come spesso accade per le opere della Chevalier, trae spunto da una situazione reale; in questo caso dalla vita di un pittore e dalla realizzazione di uno dei suoi più importanti dipinti, “Ragazza col turbante”. Spesso davanti ad un’opera d’arte mi è capitato di domandarmi che cosa vi fosse dietro. L’idea pertanto la trovo davvero brillante.
Un punto a favore lo assegno sicuramente per le descrizioni ambientali. Pagina dopo pagina ci si trova immersi nell’atmosfera di un’Olanda modello XVII secolo, con i suoi canali, i suoi mercati, gli odori e, soprattutto, con i suoi intensi colori.
Aspetto gradevole è senza dubbio il finale. La "sensatezza" con cui si conclude il romanzo, tipica dell'epoca, risulta assolutamente naturale. Naturale ed inevitabile.

martedì 30 ottobre 2012

L'OMBRA DEL VENTO - Carlos Ruiz Zafòn - 2001


Una mattina del 1945 il proprietario di un piccolo negozio di libri usati porta il figlio undicenne al Cimitero dei Libri Dimenticati, un luogo dove vengono conservati libri sconosciuti destinati a scomparire. Daniel entra così in contatto con “L’ombra del vento”, romanzo di Julian Carax. Lo legge tutto d’un fiato e ne rimane davvero colpito, tanto da cercare immediatamente altri libri dell’autore. Ma non ne trova. Scopre anzi che tutti i romanzi di Julian sono stati bruciati da un uomo che si fa chiamare Lain Coubert, come uno dei personaggi dello scrittore.
Incuriosito dal mistero Daniel inizia ad indagare sulla vita di Julian, di cui nessuno sembra avere più notizie da molti anni. Riporterà così alla luce storie intricate di famiglie, di amori contrastati, di amicizie tradite. Inizia per Daniel l’enigma da svelare. Carax infatti cela un’esistenza complicata, misteriosa e costellata da forze e personaggi oscuri ed inquietanti.
La ricerca accompagnerà Daniel per molti anni, intrecciando sempre di più la sua esistenza con quella dell’autore.


Ogni volta che finisco un libro mi piace sbirciare qua e là su internet per leggere le opinioni degli altri e confrontarle con le mie. Beh su questo romanzo ho veramente letto di tutto e sono rimasta colpita dalla diversità dei giudizi. Da alcuni il libro è giudicato noioso, lento, pieno di digressioni inutili, di difficile lettura, senza suspance....da altri un autentico capolavoro!
Io sono tra quest’ultimi, tra chi mette “L’ombra del vento” tra i capolavori assoluti e tra i libri che non si dimenticano.
Perfetta caratterizzazione di tutti i personaggi, tale da renderli indimenticabili...quelli “positivi”, Julian, Nuria, Fermin (i dialoghi che lo vedono protagonista sono assolutamente i migliori del libro!), Miquel, Daniel...e quelli “negativi”, Jorge e Ricardo Aldaya, l’ispettore Fumero (uno con un nome così non può che essere cattivissimo!).
Fantastica anche l’ambientazione a Barcellona, spesso piovosa e cupa, come il periodo in cui il romanzo è ambientato. Una Barcellona stretta tra le nefandezze del post-guerra franchista e il suo glorioso retaggio modernista.
In una sorta di doppia spirale temporale le vicende dei due protagonisti corrono parallele per poi intrecciarsi e sovrapporsi repentinamente tanto che a volte ci si può confondere sul destino dei due. Uno degli intenti stilistici principali dell’autore è stato proprio quello di trasformare i personaggi principali e le loro affini vicende in un’unica entità, rappresentando così due facce della stessa medaglia. Daniel la più concreta, pura, sensibile e Julian, la più misteriosa, eterea, romantica.
Lo stile ricercato e sapiente di alcune scene dà un tono nostalgico e pregno di sentimento alla storia.
E’ un romanzo che raccoglie in sè tutto: amore, amicizia, passione, odio, rabbia, paura, terrore. Un romanzo completo. Completo ed elegante.



martedì 21 febbraio 2012

L' IDIOTA - Fedor Dostoevskij - 1869


Il principe Myskin ritorna in Russia dopo un soggiorno in Svizzera, in una clinica dove si era cercato di guarirlo dall’epilessia. Rimasto privo di mezzi, alla morte di una zia, il principe spera di ricevere in Russia la sua eredità. Durante il viaggio in treno incontra Parfen Rogozin, il figlio squattrinato di un ricco mercante morto di recente, che, come il principe, torna a reclamare la sua eredità, e che, durante il tragitto, racconta di essere innamorato follemente della bella e altrettanto arrogante Nastas’ja Filippovna.
Giunto a Pietroburgo, Myskin si scontra con una società malata e crudele, dove il suo atteggiamento bonario ed innocente è considerato da “idiota”.
Fa visita all’ultima Myskin ancora in vita, Elizaveta Prokof’evna, dove conosce il marito di lei, il generale Epancin, e il suo segretario, Gavrila Ardalionovic. Gavrila mostra al principe il ritratto della sua possibile futura sposa, la stessa Nastas’ja che Rogozin ama.
Scampata da bambina all’incendio della sua proprietà e rimasta orfana, Nastas’ja viene aiutata da un amico del padre, Afanasij Ivanovic Tokij, che la sistema insieme alla sorella in una tenuta a cui l’uomo fa visita ogni estate. Accorgendosi della bellezza di Nastas’ja, ormai sedicenne, Tokij la rende sua amante per i periodi che passa alla tenuta, fino a cinque anni dopo, quando Nastas’ja compare alla sua porta a San Pietroburgo, pretendendo di vivere in città a sua spese. Tokij, ormai cinquantacinquenne, vorrebbe tagliare i fondi a Nastas’ja; decide quindi che è venuto per lei il momento di sposarsi, e propone a Gavrila di prenderla in moglie, con la promessa di 75000 rubli.
Myskin, non appena visto il ritratto della donna, se ne innamora perdutamente; riconosce nel bellissimo volto di lei sofferenza ed infelicità, capisce subito che è una donna compromessa dalla vita, e sente il bisogno di salvarla. Di Myskin invece si innamora Aglaja, la figlia minore del generale.
Il principe chiede in moglie la bella Nastas’ja, per salvarla dai due pretendenti, ma la ragazza, innamoratasi anche lei della bontà d’animo del principe, rifiuta per paura di poter farlo soffrire.
La bella Nastas’ja finisce così per intraprendere una folle e instabile relazione con Rogozin. Nel frattempo il principe Myskin inizierà un rapporto con Aglaja, oscillando tra litigi e amicizia.
Fino a quando, ad una cena con Myskin, Aglaja, Rogozin e Nastas’ja, le due donne iniziano a discutere riguardo al principe e ai suoi sentimenti per Nastas’ja. Quest’ultima sfida Aglaja e chiede al principe quale delle due voglia sposare . Ferita dall’esitazione del principe Aglaja se ne va ; quando il principe fa per seguirla Nastas’ja lo ferma , incredula che la stia respingendo, e sviene. Al suo risveglio Nastas’ja abbraccia il principe e Rogozin se ne va.
Due settimane dopo Myskin e Nastas’ja stanno per sposarsi. Con l’approssimarsi del matrimonio Nastas’ja è sempre più spaventata dall’idea che Rogozin la voglia uccidere. Il giorno delle nozze però Nastas’ja, mentre sta per entrare in chiesa, vede Rogozin, gli corre incontro e gli chiede di portarla via. Rogozin la fa risalire in carrozza e la porta a San Pietroburgo.
Myskin, dopo averli cercati inutilmente per vario tempo, incontra Rogozin che lo invita a casa sua. Qui il principe scopre il cadavere di Nastas’ja, uccisa da Rogozin stesso con un pugnale.
I due passano insieme la notte: il mattino dopo vengono trovati uno, Rogozin, delirante, e l’altro, Myskin, impazzito nuovamente.


Ho cercato un po’ di notizie su internet riguardo questo libro, e, leggendo qua e là, non si può non notare che questo romanzo è considerato da molti un capolavoro assoluto della letteratura. Mi sono sempre ritenuta un po’ “diversa” dagli altri (in senso simpatico!), e anche in questo caso il mio giudizio è assolutamente differente dagli altri. E’ stato per me difficile finire questo romanzo, e non solo perché è molto lungo; l’ho trovato quasi sempre pesante, dispersivo e poco chiaro. Generalmente mi piacciono i libri introspettivi, ed ero convinta che questo romanzo fosse uno di quelli; invece ogni pensiero descritto non arriva mai a un punto fermo. Mi sembra che tutto sia lasciato fin troppo all’immaginazione. Tutti i personaggi sono per me troppo contorti e a volte fanno venire quasi il nervoso.
Dicono che per capire veramente questo romanzo bisognerebbe leggerlo più di una volta. Io preferisco seguire l’impressione della prima lettura e non toccarlo più!
Hermann Hesse afferma che: “dobbiamo leggere Dostoevskij quando ci sentiamo a terra, quando abbiamo sofferto sino ai limiti del tollerabile e tutta la vita ci duole come un’unica piaga bruciante e cocente, quando respiriamo la disperazione e siamo morti di mille morti sconsolate. Allora, nel momento in cui, soli e paralizzati in mezzo allo squallore, volgiamo lo sguardo alla vita e non la comprendiamo nella sua splendida, selvaggia crudeltà e non ne vogliamo più sapere, allora, ecco, siamo maturi per la musica di questo terribile e magnifico poeta”.
Beh, se è così, sono allora quasi felice che il libro non mi sia piaciuto!

giovedì 10 novembre 2011

COME UN UCCELLO IN VOLO - Fariba Vafi - 2010


La protagonista, e voce narrante del romanzo, è una giovane donna, madre e casalinga riluttante, alla ricerca della propria identità in un Iran contemporaneo. Le giornate passano mentre la donna si dibatte tra le difficoltà quotidiane del vivere e l'indifferenza del marito. Si sente come "un uccello chiuso in gabbia", mentre cerca dentro di sè il modo per uscire da tutto questo.
Fossilizzata in una condizione d'inerzia alla quale sembra averla condannata il suo passato familiare, prende coscienza di se stessa nel confronto con un marito inquieto, la cui unica risposta alle difficoltà del vivere imposte da un Iran mai citato direttamente, eppur vivido nella sua minuta quotidianità, si cristalizza nel sogno ossessivo dell'emigrazione in Canada.
La morte solitaria del padre nella cantina di famiglia nell'assoluta indifferenza della madre, la sorella cosmopolita senza figli che ha lasciato il paese senza voltarsi indietro, e infine la partenza del marito che la lascia sola ad affrontare enormi difficoltà economiche, scandiscono le sue giornate di rabbia obbligandola ad una nuova presa di consapevolezza.
Al momento del ritorno del marito, non rimane che esplorare quello spazio di libertà interiore a lei sola riservato, scoprendo nelle parole un rifugio migliore dei silenzi nati dalla paura, dalla violenza e dalla sfiducia.


Ecco può sembrare una trama fin troppo semplice, lineare e quasi banale, ma non è per niente così. C'è qualcosa di sorprendente in questo romanzo. Sarà perchè lascia trasparire un'immagine inedita dell'Iran di oggi. In effetti sappiamo così poco della scena letteraria dell'Iran contemporaneo. Oggi Fariba Vafi è una delle scrittrici più note ed apprezzate in Iran; ha pubblicato una raccolta di racconti e quattro romanzi divenuti dei best sellers. Il primo, "Come un uccello in volo", ha avuto un successo fulminante quando è stato pubblicato, nel 2002, e ha ricevuto i premi letterari più prestigiosi del paese.
Lo stile denso e asciutto, misto a una sottile ironia, riflette la reticenza della narratrice, la cui auto-rivelazione avviene grazie alla riscoperta del passato, rimasto intoccato da anni di silenzio e sensi di colpa.
E' un romanzo diverso e straordinario, lontano dai clichès sull'universo femminile mediorentale a cui siamo abituati. L'iran di oggi rivelato in una particolareggiata quotidianità sconosciuta al lettore occidentale.

giovedì 20 ottobre 2011

MALASTAGIONE - Loriano Macchiavelli, Francesco Guccini - 2011


In un bosco di castagni di un paese dell'Appennino tosco-emiliano, Adùmas, un vecchio montanaro, attende la sua preda, come ogni giorno. Ma quel giorno non sarà come tutti gli altri, vedrà una bestia diversa: è un cinghiale che tiene tra le fauci un piede umano!
Il vecchio andrà a raccontare subito in paese quanto ha visto, ma nessuno gli crederà; Adùmas del resto era solito bere sempre un bicchiere di troppo!
Gli crederà invece Marco Gherardini, detto Poiana, giovane ispettore della Forestale, che inizierà da subito le ricerche del cadavere senza un piede.
In paese però nessuno sembra scomparso, tutti rispondono all'appello di Poiana. Il mistero si va pian piano infittendo.
La ricerca del corpo metterà l'ispettore di fronte a una rete intricata di relazioni e affari tra i notabili del luogo: un impresario edile, un ex sindaco che ora possiede un'agenzia immobiliare e un maresciallo dei carabinieri che non brilla certo per intelligenza. Questi si riveleranno i principali sospetti. Così come sospetto è l'incendio che divampa qualche giorno dopo l'avvistamento di Adùmas: un disastro che sembra provocato ad arte per cancellare qualcosa...Ma qualcosa non viene del tutto cancellato; si rivelerà un cadavere bruciato, ma con entrambi i piedi!
All'improvviso sembra che tutti abbiano qualcosa da nascondere: i due fratelli tunisini Haled e Samir, impiegati da Badilone, l'impresario edile, Salvatore e la sua squadra di operai del sud, il medico del paese, un'elfa che vive solitaria con la figlia in alta montagna. Un'umanità varia che si ritrova ogni giorno a mangiare e bere nella trattoria di Benito.
Poiana, con l'aiuto di Francesca, una studentessa di Bologna in fuga dalla città, riuscirà, dopo molte sorprese, a fare chiarezza sull'accaduto e porterà alla luce non poche gelosie e persino uno strano piano regolatore.


Qualcuno diceva che ci sono libri che hanno un profumo tutto loro. Questo è uno di quelli. E' un libro che profuma di bosco dall'inizio alla fine.
E' una storia intricata, ma senza colpi di scena. E' una storia di massacri umani e ambientali. E' un canto alla montagna del nostro appennino.
Trovo bellissimo il particolare dell'origine del nome di Adùmas; suo padre, appassionato dei Tre Moschettieri, lo chiamò come l'autore, un certo A.Dùmas, un punto in più o in meno non fanno molta differenza.
Trovo bellissima e molto adatta anche la scelta della copertina.
Fa piacere, una volta tanto, leggere dei "gialli" italiani e ben scritti. Il fascino della nostra lingua è ineguagliabile e i vocaboli "regionali" uitlizzati in questo caso non mancano di renderla più affascinante.
Chi ha già letto altri libri della coppia Macchiavelli-Guccini dice di essere rimasto un po' deluso da quest'ultima uscita. Io non ne ho letto altri è vero, ma "Malastagione" mi è piaciuto molto; è piacevole da leggere, molto scorrevole e con un finale per niente scontato.
Unica pecca: edito da Mondadori. :)

sabato 23 luglio 2011

ACCABADORA - Michela Murgia - 2010


Nei primi anni '50 del XX secolo a Soreni, un piccolo paesino della Sardegna, dove tutti sanno tutto di tutti facendo finta di non sapere, la piccola Maria Listru, ultima e indesiderata di quattro sorelle orfane, viene adottata da Bonaria Urrai, una vedova benestante. La donna ha preso la bambina con sè, la farà diventare adulta e sua erede. In cambio chiede solo una cosa, che la bambina si prenda cura di lei, quando ne avrà bisogno. Maria è stata da sempre abituata a pensarsi come l'"ultima" in tutti i sensi e per questo non finiscono più di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della nuova madre, che le ha offerto dimora, istruzione e futuro.
Eppure c'è qualcosa di misterioso in questa anziana signora, nei suoi silenzi, nello sguardo timoroso di chi la incontra e nelle improvvise uscite notturne che Maria non riesce a comprendere. Tzia Bonaria infatti nasconde un segreto alla bambina; è colei che dona l'ultimo respiro a chi, in fin di vita, non chiede che di morire. Il suo è il gesto amorevole e finale dell'accabadora, l'ultima madre.
Quando Maria, in seguito alle confidenze dell'amico Andrìa, che una notte aveva sorpreso l'accabadora porre fine alle sofferenze del fratello, scopre l'altra faccia di Tzia Bonaria, sconcertata, decide, dopo un duro confronto, di lasciare il paese per la grande e lontana Torino.
Quando, due anni più tardi, Maria riceve una lettera dalla sorella che le comunica le gravi condizioni di salute di Tzia Bonaria, decide di fare rientro a Soreni e di accudire la donna.
I giorni passano e la vecchia Urrai continua a sopravvivere tra dolori lancinanti sempre più insopportabili. Maria dovrà allora riconsiderare le sue frettolose considerazioni riguardo all'eutanasia. La lezione che Tzia Bonaria aveva impartito alla piccola : "Non dire mai: di quest'acqua io non ne bevo" si era rivelata quanto mai vera e anticipatrice dei futuri eventi.
Ma l'ultimo, naturale, respiro della vecchia Urrai, la salverà da questo estremo gesto, che era ormai pronta a compiere.


Un grazie a papà per avermi regalato questo libro!
Un capolavoro!
Ho letto questo romanzo ormai da più di un anno e non ho dimenticato nemmeno una parola di quelle pagine. E' un libro che ti rimane dentro; anche se lungo "solo" 127 pagine non sembra mancare di nulla. E' un romanzo lineare, finisce così come è incominciato, sembra quasi infantile nella sua incredibile maturità. Eppure tocca temi importanti e "pesanti" quali l'adozione e l'eutanasia.
L'accabadora è una figura chiave della tradizione sarda; è la donna che accompagna gli ultimi istanti dei moribondi, dando loro il colpo finale ed evitandogli una lunga sofferenza. Una vera e propria eutanasia ante litteram. Nella Sardegna degli anni '50 questa era una pratica comune, affidata ad una persona che svolgeva l'incarico come se fosse un mestiere.
Interessante è anche conoscere l'usanza dei "fill'e anima", quei bambini adottati senza alcuna forma di regolamentzione giuridica, e che di fatto venivano allevati dai genitori adottivi, ma senza perdere i contatti con i genitori naturali.
E' un libro sul "confine". Il confine tra vita e morte. Il confine tra le cose che si fanno o non si fanno.
Meritatissimo Premio Campiello 2010.

venerdì 4 giugno 2010

SENZA PERDERE LA TENEREZZA - Paco Ignacio Taibo II - 1996


Il 14 giugno 1928 a Rosario, in Argentina, da Ernesto Guevara Lynch e Celia de la Serna, nasce Ernesto Guevara de la Serna, noto ai più come Che Guevara.
Ernesto crescerà in una famiglia borghese e benestante di origini spagnole, basche ed irlandesi. Fin dalla più tenera età il ragazzo soffrirà di una grave forma d'asma, malattia che lo accompagnerà per tutta la vita. A causa di questa affezione Guevara e famiglia si trasferiranno nel 1932 vicino a Cordoba. Durante l'adolescenza Ernesto si appassionerà alla poesia, diventandone lui stesso autore, e più in generale alla letteratura , divorando velocemente svariati libri, da Jack London a Jules Verne, da Salgari ai saggi di Freud. Studierà dal 1941 nel “Colegio Nacional Dean Funes” e, nel 1948, si iscriverà all'università di Buenos Aires per studiare medicina, dove pochi anni dopo conseguirà la laurea.
Durante gli anni dell'università Ernesto si dedicherà a un lungo viaggio attraverso l'America Latina, insieme ad un suo vecchio amico, Alberto Granado. I due ragazzi, partiti dalla città di Alta Gracia, a cavallo di una motocicletta Norton Model 18 (chiamata “La Poderosa”), visiteranno il Cile, il Perù, la Colombia e il Venezuela. (Viaggio raccontato dallo stesso Che nel suo diario “Latinoamericana” da cui, nel 2004, verrà tratto il film “I diari della motocicletta”). E' proprio durante questo avventuroso itinerario che Guevara svilupperà le prime idee di rivoluzione, convinto che solo con essa si sarebbero potute risolvere le disuguaglianze sociali ed economiche presenti in quei paesi.
Ritornerà successivamente in Argentina solo per laurearsi, ripartendo subito dopo per un nuovo viaggio. Passerà attraverso l'Ecuador, Panama e Costa Rica dove incontrerà numerosi rivoluzionari legati a Fidel Castro. Giunto a La Paz sul treno conoscerà Ricardo Rojo, esule argentino, con il quale comincerà a studiare il processo rivoluzionario che è in corso nel paese.
E' in questi anni che riceverà il soprannome “Che”, dovuto all'uso frequente che faceva di questo tipico intercalare argentino.
Conoscerà una giovane peruviana, Hilda Gadea, che, successivamente diventerà sua moglie e madre di Hilda Beatriz, la sua primogenita.
Il 9 luglio 1955 sarà una data fondamentale nella vita del Che in quanto a Città del Messico incontrerà per la prima volta Fidel Castro. Tra i due uomini nascerà fin da subito una vera e propria intesa politica e umana, tanto che Fidel il giorno successivo proporrà al Che di unirsi a lui e ai suoi nella spedizione per liberare Cuba da Fulgencio Batista.
Il 25 novembre 1956 la nave Granma partirà dal Messico alla volta di Cuba. Dopo un tormentato viaggio, più lungo del previsto, senza cibo né acqua, afflitti dalle malattie, il 2 dicembre gli 82 uomini della Granma sbarcheranno a La Playa de las Coloradas, nella Cuba sudorientale. Avrà così inizio la rivoluzione cubana. Tra i guerriglieri sbarcati sull'isola ci saranno numerosi morti, vittime del combattimento o dei sequestri, ma il Che si rivelerà un abile stratega e un combattente impeccabile. Saranno attaccati numerose volte dai militari di Batista, tanto che la parte della guerriglia sopravvissuta sarà costretta a ritirarsi sulle montagne della Sierra Maestra, per condurre da lì la liberazione dal regime. Nel dicembre 1958 avverrà l'attacco su Santa Clara, la battaglia decisiva della rivoluzione. Batista, dopo essersi accorto che i suoi alti ufficiali stavano stipulando una pace separata con Castro, fuggirà nella Repubblica Dominicana il 1 gennaio 1959.
Dopo aver occupato La Havana gli anni per il Che passeranno attraverso l'incarico di comandante della prigione, le scuole di alfabetizzazione, un divorzio, un nuovo matrimonio con figli, la presidenza della Banca Nazionale di Cuba e infine la nomina a Ministro dell'Industria. In questa posizione diventerà una delle figure politiche più importanti di Cuba. Ricomincerà a viaggiare molto; andrà a New York, a Parigi, in Cina, in Egitto, in Algeria, nel Mali, nel Congo e in Tanzania.. sostenendo sempre di più la sua tendenza filo cinese a discapito di quella filo sovietica di Fidel Castro. E' anche a causa di queste divergenze che il Che, nel 65, deciderà di ritirarsi da ogni incarico pubblico, dal governo, dal partito e dalle forze armate. Rinuncerà anche alla cittadinanza di Cuba concessagli per i suoi meriti nella rivoluzione.
Deciderà quindi di tornare a combattere sul campo, come da sempre amava fare, sentendosi più adatto a quel tipo di compiti. Sostenuto da Fidel partirà quindi alla volta del Congo, in gran segreto. L'operazione cubana nell'ex Congo Belga (più tardi Zaire e attualmente Repubblica Democratica del Congo) sarà finalizzata al sostegno del movimento marxista dei Simba, favorevole a Patrice Lumumba. Il proposito del Che sarà quello di esportare la rivoluzione cubana indottrinando i Simba all'ideologia comunista ed insegnando loro le strategie della guerriglia. Ma le cose andranno diversamente da come il Che si era proposto. L'incompetenza, il settarismo e le lotte intestine delle varie fazioni congolesi saranno le principali ragioni del fallimento della rivolta. Così, dopo appena sette mesi, il Che sarà costretto ad abbandonare il Congo, frustrato, malato e sofferente per l'asma.
Si ritirerà così per alcuni mesi a Praga, non volendo tornare a Cuba, avendo ormai tagliato tutti o quasi i ponti con essa. Da qui, dopo essersi ripreso dalla forte depressione causata dalla sconfitta africana, deciderà di intraprendere la rivoluzione in America Latina.
Così, giunto per pochi giorni a Cuba, sceglierà i suoi 50 uomini e partirà per la Bolivia. Le cose in un primo momento andranno bene, in quanto i guerriglieri riusciranno a conseguire numerosi successi contro l'esercito, ma dopo poco tempo la situazione si complicherà, non essendo facili i contatti con Castro e, cosa molto grave, non riuscendo ad appoggiarsi alla popolazione locale (come invece era stato fatto nella rivoluzione cubana anni prima). Così si ritroveranno sempre più soli e dispersi. Intanto la notizia della presenza del Che in Bolivia si farà sempre più credibile, anche a causa di numerose spie tra gli uomini di Guevara. In pochi mesi i guerriglieri si troveranno senza cibo né acqua, malati e completamente accerchiati dall'esercito boliviano e dagli uomini della CIA. E' così che i primi giorni di ottobre del 67, dopo aver subito numerose perdite, il gruppo del Che verrà localizzato e catturato.
Il 9 ottobre 1967 Che Guevara verrà assassinato da Mario Teràn, un sergente dell'esercito scelto a sorte tra alcuni volontari. Qualcuno dice che Teràn era troppo nervoso, al punto di uscire dalla prigione del Che e dover essere ricondotto dentro a forza. Per altri, il sergente avrebbe avuto bisogno di ubriacarsi, al fine di portare a termine il compito.
Il corpo di Guevara sarà portato a Vallegrande e mostrato alla stampa. Dopo che un medico gli amputerà le mani, l'esercito boliviano farà sparire il corpo, rifiutandosi di rivelare se i resti fossero stati sepolti o cremati.
Il 15 ottobre Fidel riconoscerà pubblicamente la morte di Guevara, vista come un grave fallimento per i movimenti rivoluzionari operanti nell'America Latina e nel resto del Terzo Mondo.


Paco Ignacio Taibo ha realizzato questa documentatissima biografia di Che Guevara con un lavoro durato anni, attingendo a lettere, diari, appunti, articoli, poesie, discorsi, conferenze, interviste, testimonianze e documenti inediti. L'autore è riuscito a mettere insieme tutto questo, trasformandolo in una storia palpitante e obiettiva, tenendo sempre vivo il carattere del protagonista, svelandone le mille sfumature; la tenacia, l'idealismo, l'umiltà, gli attacchi d'asma (leggendo ti sembra di soffrirne a tua volta), le frequenti letture e gli innamoramenti. Lo stesso Taibo, nell'introduzione, spiega che questo non è un libro facile. E ha ragione. 62 capitoli, lungo oltre 710 pagine. Tutta la fase della rivoluzione che portò alla caduta di Batista è raccontata minuziosamente e il racconto risulta a volte molto crudo, ma molto realistico. Tutte le giornate da ministro sono raccontate nei minimi dettagli, trovandosi spesso immedesimati nel senso di frustrazione e ansia del Che. Assolutamente bellissima la descrizione del viaggio del Che e del suo amico in moto attraverso il Sud America. Bellissime e determinanti sono anche le fotografie inserite all'inizio di ogni capitolo, le quali aiutano a seguire anche visivamente il racconto. Ho deciso di leggere questo libro per andare oltre la mera iconografia da maglietta, scoprendo così un ritratto molto dolce e molto più ricco.